Qual è il problema?

La dipendenza affettive è inquadrabile all’interno di una dinamica di coppia caratterizzata da asimmetria e meccanismi disfunzionali.
Ciò che obbliga a tirare in ballo la dipendenza, è il fatto che queste relazioni sono infelici, insoddisfacenti, talvolta tossiche o distruttive, ma non si riesce proprio a lasciarle andare.
Questo ha implicazioni determinanti in termini di dispendio energetico, salute e funzionamento sociale e lavorativo.
Ambivalenze e paradossi relazionali sono all’ordine del giorno nelle dipendenze affettive (ad esempio, si può vedere una persona addolorata per la prevaricazione o ingiustizia subita chiedere scusa al partner qualche giorno dopo) come anche i tentativi dissociativi mirati a deattivare l’emotività associata ad una particolare situazione (“mi ha trattata davvero male, ma infondo mi vuole bene; anche io del resto sono una gran rompiscatole”).
Per il principio freudiano della coazione a ripetere, (riattualizzazione inconscia di copioni/dinamiche comportamentali) il dipendente può ritrovarsi a vivere perpetuamente all’interno di relazioni sentimentali fondate sulla dipendenza. Non di rado, passando dalla padella alla brace.

Cosa succede nelle dipendenze affettive?

Possiamo individuare 4 tipologie di dipendenza affettiva. In un’ottica semplificata, possiamo affermare che i rimi 3 riguardano principalmente i soggetti di sesso femminile. L’ultimo (La Contro-dipendenza), principalmente gli uomini.

1) PASSIVO-DIPENDENTE: “Tu mi salverai: ho bisogno di te”
A dominare lo scenario passivo-dipendente è il terrore dell’abbandono.

In prima istanza, è importante sottolineare come un passivo dipendente difficilmente si legherà ad un partner amorevole: disabituato a ricevere amore ed attenzioni, non selezionerà qualcuno che “parla una lingua che non conosce”.

L’imponente impalcatura costruita dal soggetto dipendente getta le sue fondamenta su una convinzione di base: non posso/non sono in grado di vivere senza di lui/lei. Non importa quanto male una relazione faccia, quante energia sottragga. Perché, nell’imaginario del dipendente, è questione di vita o di morte.

Una vera e propria voragine interna che si apre ogni qualvolta l’altro è percepito lontano, distante o definitivamente perduto.
I vissuti di disperazione, depressione e disgregazione dell’Io (come se si stesse letteralmente cadendo a pezzi) legati alla separazione, impediscono di chiamarsi fuori dalla relazione di dipendenza, anche quando questa assume connotazioni fortemente negative. “Non posso farcela, non sono in grado di affrontare un simile dolore.”

Qual è il paradosso? Il bisogno di conferme e di certezze e di “prove d’amore” del passivo dipendente lo rende difficilmente tollerabile, portando l’altro ad un disinvestimento nella relazione. In questo modo le sue manovre per evitare l’abbandono, sono le stesse che lo facilitano.

Come accennato, nel mondo inconscio del passivo dipendente le emozioni negative sono rappresentate come altamente pericolose pe la sua incolumità e possono, di fatto, distruggerlo.
L’idea dell’abbandono e della separazione determinano lo stagliarsi di uno scenario brullo e desolante nel mondo affettivo nel dipendente, un vuoto che lo risucchia, un senso di solitudine disperato e urlante.

Solo chi ha provato cosa significhi dipendere (non necessariamente da qualcun altro) conosce la gabbia psicologica del “dover fare senza”.

È chiaro che il dipendente affettivo non conosce il suo valore intrinseco (concetto che fatica estremamente a far proprio), non si ritiene in grado di affrontare da solo il mondo, non sa che quelle emozioni non posso distruggerlo, non vuole “stare dentro” quelle emozioni sgradevoli, non riesce a realizzare che il mondo non gli crollerà addosso, non riesce ad astenersi dal contatto tossico con l’altro per avere ancora una conferma, un bacio, una presenza illusoriamente (e provvisoriamente) confortante che possa farlo tornare in superficie a respirare.

Non sempre il passivo dipendente rende oggetto della sua dipendenza soggetti maltrattanti, abusanti, narcisisti o anaffettivi, seppur capiti spesso.
Inutile dire che per un narcisista, in costante ricerca di conferme a causa di un nucleo di autostima estremamente ridotto, sentirsi oggetto di dipendenza gli permetterà di dare voce a tutto il suo repertorio manipolatorio e vessatorio, nei modi più fantasiosi.
Altre volte, il dipendente si lega a persone che pur avendo buone intenzioni, non riescono a dare quasi niente, perché non saprebbero da dove iniziare.
Possono quindi non essere presenti atteggiamenti meschini o parassitari, ma la relazione risulta comunque profondamente insoddisfacente, con uno spessore emotivo e comunicativo rasoterra.

2) CO-DIPENDENTE: “Io ti salverò: hai bisogno di me”
Il tema centrale, coincide in questo caso con la speranza che il partner cambi.

In questo caso, gli attori sono la “vittima” che deve essere salvata (il compagno del co-dipendente con un funzionamento problematico) e il “salvatore” (la persona co-dipendente).
Nella co-dipendenza, più comunemente conosciuta come “Sindrome della Crocerossina”, c’è la convinzione che grazie al proprio amore l’altro guarirà, sarà salvo, e la coppia riuscirà a stare insieme senza problemi.
È quasi impossibile, ovviamente, che il solo aiuto del partner permetta di modificare le aree disfunzionali del partner.
Pensiamo, per esempio, ai casi di forte depressione, o a quei soggetti con marcati tratti di dipendenza (da alcol, da droghe, da gioco).

A proposito di co-dipendenza, Karpman ci parla di “Triangolo Drammatico”: Chiara si lega ad Andrea, il quale è un alcolista.
Prodigando le sue cure ad Andrea, Chiara si sente profondamente utile, importante, speciale.
Molto presto, Chiara si accorge che il suo aiuto non basta. Questo la rende rabbiosa, critica, controllante (potrebbe cominciare a verificare, ad esempio, se l’alito del compagno odora di alcol o controllargli gli scontrini per vedere se sono stati spesi soldi al bar). Andrea le chiederà di essere lasciato in pace, allontandola.

Se prima il co-dipendente era visto come salvatore e il partner era la vittima, adesso il partner diventa il persecutore e il co-dipendente diventa la vittima.

Su un ritmo ciclico, ad un certo punto il partner andrà a chiedere perdono al co-dipendente, riformulando la promessa di cambiamento, che l’altro accetterà.

E il gioco ricomincia, finché il co-dipendente prenderà consapevolezza che tutto questo sacrificio è inutile e che il partner non cambierà mai.

Dedicandosi anima e corpo al partner, donandosi in sacrificio, il co-dipendente riesce di fatto a sentirsi vivo.
Inconsciamente il co-dipendente ha bisogno che l’altro resti malato, bisognoso, disfunzionale. Questo gli serve, da una parte, perché è l’unica maniera che ha trovato per sentirsi importante, utile, speciale, e dall’altra, perché teme che la guarigione del partner coincida con l’abbandono e la fine della storia.

3) AGGRESSIVO-DIPENDENTE: “Tu non sei capace di salvarmi”
Questa forma, è caratterizzata dalla presenza di una forte rabbia manifesta verso l’altro. Il sentimento che prevale è il disprezzo, sia verso il partner (per non essere all’altezza delle situazioni), che verso sé stesso (per restare in quella situazione nonostante tutto)

Il partner diventa il bersaglio dei vissuti di paura, tristezza, impotenza, solitudine, rabbia per l’abbandono dell’aggressivo-dipendente. In poche parole, diventa un capro espiatorio.

L’aggressivo-dipendente essere verosimilmente un ex passivo dipendente o co-dipendente, i cui tratti sadici e vessatori si sono acuiti a seguito di numerose esperienze fallimentari.

L’aggressivo-dipendente si lega generalmente ad un partner dalla personalità masochista o dipendete (co-dipendente o passivo). Il terrore dell’abbandono induce il l’aggressivo-dipendente a scegliere il partner “meno peggio”, che non ama, non stima, non desidera, ma che gli dà una qualche garanzia di sicurezza.
Si aggrappa al partner come ‘ultima spiaggia’, sapendo già da subito che questa persona non sarà in grado di soddisfare i propri bisogni.

Il partner sarà spesso svalutato e umiliato, anche in pubblico. Qualora la coppia avesse figli, anche quelli potrebbero essere usati come mezzo di svalutazione del partner.
Al contrario degli altri tipi di dipendenza affettiva, l’illusione dell’aggressivo dipendente è negativa: il partner non sarà mai in grado di prendersi cura di lui come vorrebbe.

Gli elevati livelli di conflittualità che caratterizzano costantemente questa dinamica di coppia sono funzionali al mantenimento del controllo da parte dell’aggressivo dipendente, e all’evitamento dell’abbandono da parte del passivo-dipendente.

4) CONTRO-DIPENDENZA: “Non ho bisogno di te”.
La contro-dipendenza si fonda apparentemente sul meccanismo opposto alla dipendenza: evitare ogni legame o coinvolgimento emotivo, scomparire nella relazione, rendendosi affettivamente inaccessibile.
Tuttavia il contro-dipendente, come gli altri dipendenti, ha una necessità estrema di sentirsi apprezzato e degno di amore e attenzioni. Ricevute le conferme che desidera, tornerà ad eclissarsi.

Il distacco emotivo creato da contro-dipendente ha proprio la funzione di generare un Falso sé in cui lui e solo lui potrà essere l’artefice del suo soddisfacimento, che non potrà quindi dipendere da nessun’altro.

Quali sono le origini della dipendenza affettiva?

 

In base al livello di consapevolezza della propria storia personale, può essere più o meno complicato individuare il gomitolo della matassa della dipendenza affettiva durante il percorso terapeutico.

Da quale ambiente familiare vieni? Che tipo di amore hai ricevuto, o non ricevuto?

Senza dubbio la dipendenza affettiva affonda le sue nel rapporto affettivo primordiale instaurato con le figure di attaccamento primarie, e di conseguenza dal modello di relazione interiorizzato.
Il messaggio che i genitori dei bambini futuri dipendenti affettivi ricevono, è quello di non essere degni di amore e di attenzioni, che viene comunicato più o meno esplicitamente.
È lì da qualche parte, viva e vegeta nella storia personale nel dipendente, la convinzione assodata (e quindi invisibile, subdola e inafferrabile) che l’amore implichi distanza, discontinuità, dolore, imprevedibilità.
Figure presenti ma colleriche, vicine ma gelide, lunatiche, discontinue, trascuranti o, ultimo ma non ultimo, violente.

La co-dipendenza, per esempio, può essere associata tipicamente a contesti familiari dove si è verificata una inversione di ruoli ed il bambino (futuro co-dipendente) è dovuto crescere prima del previsto per prendersi cura dei genitori (o di uno dei due) necessitanti di cure. È come se avesse appreso che solo salvando gli altri, guarendoli dalla sofferenza, potesse venire finalmente amato incondizionatamente.

Nel contro-dipendente sono frequenti storie di traumi e abbandoni precoci, che hanno indotto il soggetto a interiorizzare un messaggio del tipo: “Se le relazioni sono così pericolose e dolorose, sarà meglio che io impari a bastarmi “.
Se il dipendente passivo, co-dipendente o aggressivo hanno sperimentato seppur in modo decisamente ambiguo discontinuo intermittente e imprevedibile la presenza emotiva e fisica del caregiver, il contro-dipendente ha più spesso una storia di assenza genitoriale, di indisponibilità o inaccessibilità genitoriale, profonda anaffettività. Il genitore può talvolta essere lo spettatore più o meno diretto di abusi ai danni del bambino.
I bambini che sviluppano contro-dipendenza hanno spesso sperimentato vergogna per le loro richieste di aiuto e supporto, inascoltate minimizzate o svalutate dal caregiver (scenario frequentemente associato ai disturbi narcisistico, antisociale, e anche alla dipendenza da sostanze)

Iscriviti alla newsletter

per ricevere gli aggiornamenti sul mondo della ricerca in Psicologia, Psicoterapia, Psichiatria e Neuroscienze.

Privacy
Thank you for your message. It has been sent.
There was an error trying to send your message. Please try again later.

Ti protrebbe interessare anche